I bambini maneschi, mettono spesso in difficoltà gli adulti di riferimento.

Più volte io stessa mi sono chiesta come comportarmi quando i miei figli esprimono la rabbia usando le mani. Purtroppo è facile accorgersi che non basta riprenderli e dire loro “non si fa, non si picchia!”.

Certamente, l’invito a non picchiare, per quanto spesso inefficace va esplicitato. Occorre spiegare che usare le mani è un modo sbagliato di esprimere un’emozione però più che legittima: la rabbia.

Occorre spiegare che usare le mani è un modo sbagliato di esprimere un’emozione però più che legittima: la rabbia.

Già, la rabbia è una delle nostre emozioni di base e cercare di “condannarla” o cancellarla dallo spettro emotivo nostro o dei nostri figli è un errore che pagheremo a caro prezzo.

La rabbia non va combattuta ma rispettata, ascoltata e compresa, perché è solo così che potremo capire cosa farcene, come gestirla e incanalarla in modalità costruttive e in grado di farci crescere.

Un passo in più che ho trovato utile è quello di offrire loro una valida alternativa per scaricare il senso di frustrazione che li affligge: o aiutandoli a esprimere a parole lo stato d’animo che li turba, oppure invitandoli a trasporlo in un disegno.

Tutto risolto quindi qui? No, o almeno… non sempre questi accorgimenti sono sufficienti.
O comunque, il problema con cui fare i conti è che istintivamente sono ben altre le tentate soluzioni che mi viene da mettere in pratica, come ad esempio metterli in punizione.
Tuttavia, benché questa sia la grande tentazione che mi pare possa risolvere il tutto in poco tempo, i risultati parlano chiaro: non sembra avvicinarmi al mio obiettivo. Anzi…

Un pomeriggio, all’uscita da scuola, la maestra mi chiama da parte per dirmi che quel giorno Giacomo è stato incontenibile: ha spinto, graffiato e tirato pugni.

Scusandomi con la maestra e fulminandolo con lo sguardo, lo carico in auto per portarlo alla lezione di circo. Attività doposcuola che lui per altro adora. Finita la lezione, non ci potevo credere, la maestra di circo mi chiama da parte per dirmi che Giacomo è stato incontenibile: ha spinto, graffiato e tirato pugni.

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Avrei potuto riavvolgere il nastro. Con l’unica differenza che, poco prima, durante il viaggio in macchina, Giacomo mi avesse promesso che non avrebbe più usato le mani: “te lo prometto mamma, non lo farò mai più”.

Sconcertata per il ripetersi a distanza di neppure un’ora dello stesso identico copione, chiedo a Giacomo come fosse possibile una cosa del genere. Ovviamente non ricevo nessuna risposta se non un bofonchiato “scusa, non lo faccio più”. A quel punto mi arrabbio (tipo a scoppio ritardato). Non posso tollerare, e glielo dico, che lui si permetta di picchiare i suoi compagni. Saliamo in auto e con noi vengono anche un amichetto e sua mamma.

Sulla via di casa, accosto un attimo la macchina per scendere al volo a comprare il pane. Restano in auto Giacomo, il suo amichetto e la mia amica Monica.

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Quando risalgo in macchina, avverto un clima di tensione e Monica non tarda a dirmi che Giacomo le ha tirato un pugno. Sono sgomenta e incredula.

Faccio scendere Giacomo dalla macchina. Mi astengo dal fargli una piazzata in mezzo alla strada. La prima regola, lo so, è dare il buon esempio. Quindi, ci ripenso, respiro e risaliamo in auto. Gli chiedo una spiegazione. Ovviamente non sa darmela. Farfuglia qualcosa tenendo la testa bassa senza osare incrociare il mio sguardo, furente.

Risoluta e con molta calma gli dico che per punizione non potrà più usare l’ipad (che gli è concesso 30 minuti a giorni alterni). Si mette a piangere e mi supplica di non farlo. Sono inamovibile.

Il giorno seguente, in libreria, mi capita tra le mani un libretto per bambini sicuramente più piccoli (l’indicazione è due anni) ma il cui titolo vale sempre: “Non si picchia, Anna!” di Kathleen Amant, lo acquisto ugualmente.

La sera lo leggiamo e rileggiamo soprattutto la parte in cui, come dice il papà ad Anna: “è giusto arrabbiarsi ma non si picchia perché è sbagliato e fa male. E’ bene ricordarsi che esistono anche le parole per esprimere la rabbia e, se la rabbia proprio non riusciamo a esprimerla a parole, possiamo provare a fare un disegno della rabbia o ad allontanarci finché passa.”

non si picchia, Anna! Kathleen Amant

Terminata la lettura, sottolineo (per rassicurarlo) che la rabbia “poi passa”, ma a quel punto Giacomo mi incalza asserendo ”Non è vero che passa, tu sei ancora arrabbiata”.

E in effetti aveva ragione. Ma colgo l’occasione per dimostrargli almeno che, pur essendo molto arrabbiata, però non uso le mani per esprimerla.

Passa il week end e anche la mia rabbia va scemando. Il lunedì successivo però, all’uscita da scuola, la maestra mi chiama ancora da parte per dirmi che Giacomo ha spinto un suo compagno, che è caduto e si è rotto un dente.

Mi sono sentita come in quel film “ricomincio da capo”.

Arrivata a casa mi è stato chiaro che dovevo cambiare qualcosa. Avevo cercato di ragionare assieme a lui sulle emozioni e regole basilari da seguire, ma alla fine la soluzione della punizione aveva avuto il sopravvento, con risultati evidentemente inefficaci.

La lettura del libretto era scivolata via come acqua fresca, sebbene avesse comunque passato un concetto importante: ossia che non biasimo la sua emozione bensì solo ed esclusivamente il suo modo di comportarsi.

Anche noi come genitori dobbiamo imparare nuove abilità e competenze per aiutare i nostri figli, e questo è un processo che richiede tempo, per non cadere nei vecchi schemi comportamentali purtroppo controproducenti.

E allora che dire? Tra un errore e un successo si continua anche noi nella nostra formazione genitoriale: è così che ho iniziato la lettura del libro di Novara “Punire non serve a nulla”. Vi farò presto sapere se questa lettura mi sarà utile (e in che modo) per arginare questa emergenza…

Non si picchia, Anna! di Kathleen Amant

 

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