Come e quando smettere di allattare

Come e quando smettere di allattare

Dopo l’ennesima notte spezzata dai 4/5 risvegli di Elisa, mi dico che forse potrei provare a toglierle la tetta.
Anche se lo so che potrebbe non cambiare nulla. Oppure tutto.
Alle volte penso che sia proprio questo il momento giusto per provarci, visto che la sveglia alla mattina non suona. Al tempo stesso, tuttavia, mi chiedo su quale altra alleata potrei contare durante alcune giornate folli, se non sulla tetta.
La verità é che sono stanca di non dormire, ma al tempo stesso non ho voglia di aggiungere alla situazione già complessa a causa del covid19, una nuova incognita e complessità. Perché dire “no” a Elisa non é affatto semplice.

E non perché io non ne sia capace, ma perché alle volte imporre un cambiamento di questo tipo a un bambino che ancora non parla, può richiedere una pazienza che in questo momento non mi sento di avere.

Del resto ho imparato che ogni allattamento è unico: ho smesso di allattare Giacomo a 15 mesi dalla sera alla mattina e lui non ha fatto una piega, mentre con Mattia ho smesso quando ne aveva 18, con gran fatica e forzatamente.

Con Elisa mi sono ripromessa di staccarla in modo più dolce e senza “traumi”. Quindi eccomi a chiedere all’esperta Psicologa e Psicoterapeuta Luisa Belleri, Psicologa dello sviluppo e psicologa perinatale, qualche consiglio “pratico” su come staccare Elisa dal seno senza forzature.

 

allattamento a richiesta

In questa intervista la psicoterapeuta risponde a molte domande e curiosità relative all’allattamento, risvegli notturni, regressioni che mi avete posto in occasione della diretta che ho fatto qualche settimana fa. Tuttavia, prima di entrare nel merito delle vostre specifiche domande, facciamo chiarezza su qualche termine e definizione.

Vocabolario dell’allattamento: spieghiamo che cosa sono l’allattamento esclusivo e complementare, l’allattamento prolungato, l’allattamento a termine.

Per allattamento esclusivo si intende l’allattamento al seno proseguito dalla nascita fino ai sei mesi di età senza introdurre nient’altro (niente acqua, tisane, etc); per il bambino è sufficiente il latte e soprattutto per il primo mese l’introduzione di altro – anche il ciuccio – può fare da interferente ad un’adeguata stimolazione del seno e quindi alla conseguente produzione del giusto quantitativo di latte materno per quel bambino.
 
Specifico che, al momento dell’introduzione dei cibi  verso i 6 mesi (con svezzamento tradizionale o autosvezzamento), la base dell’alimentazione fino all’anno di età del bambino rimane comunque il latte materno.
 
Per allattamento prolungato si intende un allattamento portato avanti secondo le direttive OMS, quindi “fino ai 2 anni del bambino o fino a quando mamma e bambino lo desiderano”. 
 
allattamento a termine
 
Per allattamento a termine si intende un allattamento che termina quando è il bambino stesso a staccarsi spontaneamente dal seno perché ne ha esaurito il bisogno emotivo-affettivo-relazionale; questo può avvenire anche a 3-4 anni, o a volte anche dopo.
Un allattamento che dura anni attraversa tanti momenti e tante fasi; ha il compito di accompagnare la crescita con diverse intensità, come sottofondo costante ma non coprente; è capace di adeguarsi a ciò che il bambino vive e raggiunge a livello di competenze e anche di potenzialità.
 
C’è da fare una precisazione a questo proposito, che riguarda un fenomeno chiamato “sciopero del lattante” che può avvenire prima dei 2 anni. 
 

Sciopero del lattante: che cosa è?

 
Capita a volte che i bambini prima dei 2 anni manifestino un allontanamento spontaneo (a volte delicatamente o inavvertitamente indotto dalla madre o da altri) dal seno; questo solitamente non indica un reale esaurimento del bisogno, che il bambino mantiene fino appunto ai 2 anni e oltre, ma una manifestazione momentanea data da qualche altra variabile.
A questo punto, una mamma che desidera proseguire ad allattare può adottare alcune strategie che aiutano il bambino (senza forzarlo, per questo c’è la possibilità che lui prosegua nel rifiuto) a riavvicinarsi; in alternativa, può “cogliere la palla al balzo” e seguire l’inclinazione momentanea del bambino per interrompere definitivamente il percorso di allattamento.
 

Quali sono le figure competenti di riferimento in materia allattamento?

 
Le figure professionali (che quindi offrono un servizio retribuito) che possono intervenire sulle situazioni legate alla fisiologia dell’allattamento e ai suoi possibili problemi sono le ostetriche formate in allattamento e le IBCLC, International Board Certified Lactation Consultant.
Le IBCLC intervengono sempre nelle situazioni più problematiche, perché hanno la massima formazione in materia.
Esistono gli psicologi perinatali (meglio se anche psicoterapeuti, ma questo io lo dico sempre!), che possono occuparsi dell’aspetto emotivo dell’allattamento e sostenere la madre all’interno di eventuali passaggi, fatiche, prese di coscienza o scelte riguardanti il percorso.
Esistono anche alcuni pediatri realmente informati sull’allattamento nella sua totalità; purtroppo però, e lo dico anche a livello personale, sono rarissimi da incontrare. La maggior parte dei pediatri considera l’allattamento una necessità/beneficio soltanto per i primissimi mesi di vita e spessissimo consigliano-direzionano-incitano le mamme a smettere.
Ci sono poi alcune figure, esperte per esperienza personale o per brevi formazioni specifiche, che operano a livello gratuito come sostegno alle madri, come per esempio le mamme alla pari o le consulenti della Leche League.
 

In un percorso di allattamento prolungato, quali sono le variabili importanti?

 
Secondo me l’aspetto più importante è che l’allattamento segua le esigenze e i bisogni di ciascun bambino specifico, senza fare paragoni o riferirsi a schemi precostituiti, e che al contempo segua lo sviluppo e il mutare di queste esigenze, in un’ottica di “zona di sviluppo prossimale”: io, mamma, riconosco nel mio bambino l’emergere di una nuova competenza e lo aiuto ad andare a sperimentarla, per raggiungere il massimo apprendimento possibile da quella nuova esperienza. 
All’inizio, prima dell’acquisizione del senso di identità del bambino, il seno è la risposta per tutto ed è sano per il bambino che sia così; è giusto quindi offrire il seno alla richiesta del bambino ma anche proporgli un’offerta attiva. Con l’avanzare dello sviluppo psico-emotivo del bambino, arriva poi man mano il momento in cui, pur rappresentando la continuità di fondo nella relazione primaria, il seno può gradualmente lasciare spazio anche ad altre possibilità, senza per questo intaccare la sicurezza della relazione madre-bambino né la prosecuzione dell’allattamento stesso. 
E’ attraverso la madre, anzi, che il bambino è guidato nella sperimentazione di nuove modalità, anche grazie alle sue competenze sempre più complesse e articolate.
 
Esistono poi anche variabili più legate alla fisiologia del bambino: eruzione dei dentini, malattie, sleep regression o scatti di crescita.
 
Mamma serena, bimbo sereno: è sempre così?
 
Questa è una frase molto inflazionata e che a volte può nascondere insidie o false aspettative! Diciamo che l’allattamento è un percorso a due, dove la parte più delicata è sicuramente il bambino in quanto personcina in formazione, ma in cui c’è anche una mamma che attraversa e affronta ogni giorno con il suo bagaglio personale, la sua emotività, il suo vissuto, il ricordo del parto, il supporto o l’interferenza dei familiari…
E’ molto utile affiancare le mamme proprio perché è possibile esplorare la specificità di ogni situazione e capire insieme quale possa essere la direzione migliore per quella diade, e anche – da un punto di vista psicologico – valutare insieme il peso delle scelte possibili. 
 
allattamento al seno
 
E se il pediatra mi dice/mi suggerisce/mi intima di smettere?
 
Come dicevo prima, capita molto spesso purtroppo che arrivino consigli o sentenze dai professionisti della salute (non solo i pediatri!) e queste posizioni hanno molto potere sulle mamme che magari si trovano alla prima esperienza o si affidano totalmente al parere della figura di riferimento. In questo caso, secondo me ognuno deve mantenere il diritto di ascoltarsi e sentire dentro di sé l’effetto delle parole ascoltate: che sensazione mi evocano? le sento appartenenti o distanti da me? le colloco nel mio percorso di madre?
Ognuno ha diritto di affiancarsi ai professionisti che sente affini a sé, con cui intavolare sane – e non per forza dolorose o giudicanti – riflessioni che conducano alla crescita personale.
 
Che cosa accade quando si smette? ci sono dei segnali?
 
Se è il bambino a decidere, si nota un diradamento della richiesta o una predilezione per alcuni momenti della giornata; il bambino si distrae più facilmente agganciandosi al gioco, alla lettura, ad attività più complesse che diventano man mano più interessanti.
Se è la mamma a chiedere una diminuzione delle poppate o a decidere la fine dell’allattamento, da un punto di vista psicologico sarebbe meglio gestire il più possibile la cosa a seconda dell’età e delle competenze del bambino e della storia di vita della diade.
 
 
Smettere di colpo o gradualmente? Come smettere senza traumi? I cerotti sul seno possono essere una buona soluzione?
 
Questa domanda sottende che siamo nella situazione in cui sia la mamma a scegliere di smettere. 
Per la psicologia del bambino sarebbe meglio smettere gradualmente; è spesso più faticoso per la mamma, ma è più rispettoso per il bambino che ha la possibilità di sviluppare un reale e graduale adattamento alle nuove richieste/abitudini. 
Se per “smettere senza traumi” si intende smettere senza pianti, non è un’aspettativa probabilmente realistica perché siamo nel caso di una una richiesta fatta dalla madre ad un bambino non pronto.
Si possono però adottare alcune accortezze affinché la fatica non si trasformi in un potenziale trauma (questo per entrambi, sia per il bambino sia per la madre).
Io sconsiglio caldamente i cerotti sul seno, perché possono favorire nella mente ancora immatura del bambino un senso di colpa autoriferito, dato dal fatto di essere il fruitore del seno e quindi il “responsabile” del dolore della madre.
 
Risvegli notturni: togliere il seno può essere una soluzione?
 
Tendenzialmente no! I risvegli notturni sono fisiologici fino ai 3 anni circa, e non è affatto detto che siano dettati dall’esigenza del seno; chiaramente un bambino allattato è anche “abituato” a cercare il seno durante la notte e questo svolge una grande funzione consolatoria nei momenti di sconforto (malattie, dentini, passaggi importanti di crescita…), che comunque avvengono nella vita del bambino. Occorre quindi valutare bene pro e contro di una scelta eventualmente orientata in tal senso ed essere disposti al fatto che non cambi nulla (o anche, a volte, che sia peggio).
 
Bimbi di 2 anni che poppano di più di quando erano neonati: è normale?
 
Si, può essere normale! I bambini di questa età a volte attraversano un periodo di richiesta intensa – che può durare anche qualche mese – per avvicinarsi ad una graduale diminuzione. 

 

Ringrazio la psicoterapeuta Luisa Belleri e l’ostetrica e IBCLC Stefania Paloschi dello Spazio La Libellula di Brescia per questa preziosa intervista.
Per maggiori info “Spazio la Libellula”
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