Quando ero una ragazzina, mia madre adorava un film il cui titolo era “speriamo che sia femmina”. Ricordo che in più di un’occasione mi ero ritrovata con lei il sabato pomeriggio a guardarlo e non so perché ma in tutti questi anni è un film che mi è sempre rimasto in testa.

La trama è molto semplice: in un grande casale della campagna toscana vive in armonia un gruppo di donne che sovrasta i pochi uomini che partecipano alla storia. Dopo diverse vicissitudini, una di loro rimane incinta e al gruppo non resta che augurarsi che nasca un’altra femmina.

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Il titolo di questo film “speriamo che sia femmina” è stata la frase tormentone che mi ha accompagnato dall’inizio della mia ultima gravidanza sino ad oggi. Ogniqualvolta si è trattato di annunciarla nessuno, dico nessuno, mi ha augurato un terzo maschio.

Se devo essere sincera, dopo due maschi, neanche troppo in fondo al cuore, ho sperato anche io fosse una femmina. E sin dai primi mesi le forti nausee e delle voglie così insolite mi hanno fatto credere che fosse una gravidanza troppo diversa dalle altre e che il tutto si spiegasse con una mia personale incompatibilità ai cromosomi xx.

E in effetti avevo ragione,  io e xx non siamo affatto andate d’accordo all’inizio.

Prima di avere però la conferma che si trattasse di una femmina, ho iniziato a interrogarmi su cosa sarebbe accaduto se fosse stato un altro maschio. Soprattutto quando mio figlio, nel bel mezzo di un negozio, mi ha spiazzata dicendomi: “mamma, ma tu hai una SORELLINA nella pancia, vero”?. Era il giorno in cui io e mio marito avevamo deciso che, quella stessa sera, avremmo detto ai bambini che la mamma aspettava un fratellino o una sorellina. Il sesso era ovviamente ancora una incognita.

Ma si sa, i bambini sanno già tutto molto prima di quanto pensiamo e, come spesso accade, avevo sottovalutato il suo spirito di osservazione.

Ormai era andata così, la conferma che presto sarebbe arrivato un bebè l’ho data ai miei figli nel corridoio di una profumeria tra uno scaffale di creme e uno stand di trucchi. Niente libro serale per annunciare la notizia, niente indovinelli, niente di quel che avevo immaginato…

Tuttavia, mio figlio l’aveva presa comunque molto bene e, anzi, si era mostrato così entusiasta all’idea di avere presto una sorellina che ogni mio tentativo di smentire questa sua inconfutabile certezza sul sesso del nascituro era fallito miseramente.

Non solo, ma aveva contagiato in questa euforia anche suo fratello più piccolo – che ancora stava cercando di capire come mai non mi avessero già tagliato la pancia per farla uscire – tanto che la sera stessa mostrandomi i suoi muscoli mi aveva detto: “mamma, io la sorellina la difendo con i miei muscoli”.

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Ho iniziato a dispiacermi pensando a come questa piccola creatura fluttuante nella mia pancia fosse ancora prima di nascere investita di un sacco di aspettative, legate principalmente al fatto che dovesse essere una femmina. Questo “speriamo che sia femmina” cominciava davvero a diventare ingombrante.

Allora ho sperato più per lei, che per me, che fosse realmente una femmina e nel mio cuore mi son detta: ma guarda, quasi quasi io spero tu sia un maschio perché io i miei due maschi li adoro e non potrei essere madre di due maschi più “esasperatamente” felice.

Quando mi hanno detto che aspettavo una femmina il mio primo pensiero, però, è stato: che bello, così potrò chiamarla ELISA.

Per l’abito premaman indossato si ringrazia Pietro Brunelli collection

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